ECCIDIO - DEPORTAZIONE
Deportati al lager di Mauthausen

   

 

Il rastrellamento della Benedicta
(da “I deportati dalla provincia di Alessandria. Le interviste a diciotto alessandrini reduci dai Lager nazisti”, a cura di Villa Andrea , Le Mani, Recco 2004)

In una piccola valletta, tra gli alberi di castagno si presentò al nostro sguardo uno spettacolo ancora più impressionante. Seminate l’una vicina all’altra erano 96 croci di legno, le 96 tombe dei fucilati della Benedicta. Spettacolo commovente. Là era una casa distrutta. Qui 96 giovani e gagliarde vite stroncate. Di case se ne possono costruire a volontà, di vite no, purtroppo. Alle 96 mamme che piangono inconsolabili nessuno, quaggiù, potrà restituire i loro figli.

Così don Berto, Bartolomeo Ferrari, ha descritto la sua prima visita alla cascina della Benedicta, anticamente un convento benedettino. (1)

Sulla tragica vicenda sono state condotte approfondite ricerche e scritti diversi saggi, tuttavia risulta necessario un richiamo per evidenziare che il rastrellamento sul monte Tobbio - compiuto nella settimana della Pasqua del 1944 (tra il 6 e il 10 aprile) da truppe tedesche forti di 3.000 unità, appoggiate da nuclei di fascisti della GNR e dei bersaglieri di stanza a Bolzaneto - rappresentò un evidente esempio di osmosi tra la lotta contro i partigiani e la ricerca di manodopera coatta. In effetti, come ha evidenziato Giuseppe Mayda, il generale Toussaint della Militärkommandantur di Alessandria in un suo rapporto del 13 aprile specificò che l’operazione era stata condotta per debellare le formazioni dei «ribelli» operanti in zona e quindi per liberare tutte le vie di comunicazioni verso la costa, ma anche con lo scopo di rastrellare «persone atte al lavoro» da inviare in Germania «per essere utilizzati come lavoratori coatti». (2)
Sul terreno rimasero 145 giovani italiani sui 19-20 anni, che dopo essere stati costretti a spogliarsi di ogni effetto personale vennero fucilati, in ottemperanza al bando emanato dal maresciallo Graziani che prevedeva per i renitenti alla leva la pena di morte da eseguire «se possibile, nel luogo stesso di cattura del disertore». (3) I prigionieri furono invece 366, quasi tutti giovani contadini dei paesi circostanti, operai delle fabbriche genovesi ed ex militari dell’esercito regio, rifugiatisi nei boschi attorno a Capanne di Marcarolo per sfuggire ai primi arresti. A partire dal giorno 10 aprile i prigionieri vennero concentrati prima nel cortile delle scuole di Voltaggio, poi in una ex casa di tolleranza di Novi Ligure, Villa Rosa, circondati da filo spinato e sentinelle; in breve fu organizzato un trasporto che il 12 aprile li caricò nella stazione di Genova e ripartì verso nord. Dopo una sosta a Sesto San Giovanni, per raccogliere una ventina di uomini e donne (operaie arrestate per scioperi) provenienti dalle carceri della Lombardia, il convoglio ferroviario proseguì verso il Brennero e di lì a Mauthausen.
Il 14 aprile alcuni prigionieri riuscirono a far cadere una cartolina che mani pietose recapitarono ai genitori, con su scritto «Non pensate a noi, stiamo bene, ciao, addio».
Dalle ricerche di Mantelli e Manganelli risulta che dei 191 giovani arrestati alla Benedicta e deportati con questo convoglio, 144 morirono nei Lager nazisti. Tra essi c’erano anche i 63 ragazzi originari della provincia di Alessandria: soltanto sette di essi sopravvissero e rientrarono a casa al termine del conflitto.
Dopo questa strage i rastrellamenti ripresero nell’estate del 1944, con un intento però prettamente militare: infatti i nazifascisti avevano la necessità di controllare il Novese, scelto come quartier generale dal maresciallo Graziani, e i collegamenti stradali e ferroviari tra Liguria, Piemonte e Lombardia e tra La Spezia e Savona, porti fondamentali della zona. All’inizio del mese di agosto contingenti di militi fascisti si mossero dal Piacentino e dalla Riviera di Levante, come emerge anche dai notiziari della GNR inviati quotidianamente al governo di Salò.

La quasi totalità dei giovani catturati alla Benedica furono deportati e sono morti a

Mauthausen e nei suoi sottocampi
(scheda di Lucio Monaco)

1938: dopo l’Anschluss (“annessione” dell’Austria al Reich) viene costruito il Lager principale, su un’altura sovrastante la cittadina di Mauthausen (presso Linz), in prossimità di una cava di granito ceduta dal Comune di Vienna alla DEST, un’impresa di proprietà delle SS.

Alla edificazione del campo (1938-1939) vengono destinati prigionieri tedeschi, austriaci, cechi e boemi, provenienti in gran parte dal Lager di Dachau. Nell’arco di tre anni il numero dei prigionieri raggiunge le 8000 unità.
In questo periodo i prigionieri appartengono alle seguenti categorie: criminali comuni, “asociali”, politici, Testimoni di Geova (Bibelforscher), zingari. Il cuore dell’attività lavorativa del campo è la cava di granito, che fornisce anche il materiale per l’edificazione dei muri perimetrali, delle torri, dei portali d’ingresso.

1940: viene costruito il Lager dipendente (NebenLager) di Gusen, a 4 km da Mauthausen (4.000 prigionieri alla fine dell’anno). E’ il primo dei 56 sottocampi, distribuiti in tutta l’area industriale adiacente a Vienna e nella regione dell’alta Austria centrale. La loro funzione principale era quella di impegnare i prigionieri in attività produttiva di tipo bellico (in molti casi con macchinari collocati in gallerie, per via dei bombardamenti alleati) e nella costruzione delle infrastrutture (gallerie, impianti).
Nel marzo 1940 giungono a Mauthausen i primi deportati stranieri (cioè non provenienti da territori del Reich): 448 polacchi. Seguiranno i combattenti repubblicani spagnoli esuli in Francia (invasa dai nazifascisti), circa 8.000 (ne sopravviveranno 1.600), cechi (circa 4000) ed ebrei olandesi (circa 2000). Il gruppo nazionale maggioritario risultò, nel corso degli anni, quello dei polacchi, fra cui molti sacerdoti cattolici. Sempre nel 1940 arrivano anche i primi giovanissimi (tra 13 e 18 anni), in genere familiari dei combattenti repubblicani spagnoli. Tra campo e sottocampi si raggiunge la quota di circa 8.200 prigionieri. Si tratta, come si è visto, prevalentemente di “politici”, destinati a crescere in numero, con l’evoluzione della guerra: scioperanti, resistenti di ogni genere, partigiani, prigionieri di guerra sovietici.
In previsione del numero crescente di internati e di un accrescersi della mortalità (dovuta anche alle condizioni particolarmente rigide di disciplina e sfruttamento) il campo fu dotato di un forno crematorio cui se ne aggiungeranno altri due; di crematori si forniranno anche, più avanti, i sottocampi di Gusen (1941), Ebensee (1944) e Melk (1944).

1941: Mauthausen viene catalogato da Himmler come “campo di III livello” (ossia di massimo rigore), cioè di annientamento dei prigionieri, mediante lavoro o meno. Alla fine dell’anno il sistema di campi conta quasi 16.000 prigionieri; circa 8.500 sono concentrati a Gusen.
Verso la fine del 1941, la configurazione del campo è quella in parte riconoscibile oggi. Si possono individuare tre aree:

1) il campo principale, posto in cima a una collina, recintato sul lato meridionale da un grande muro di granito, alto quattro metri, con torri e ingressi, con aggiunta di filo spinato e reticolato elettrificato; a settentrione la recinzione era incompleta e prevaleva il reticolato. In quest’area erano collocate le baracche dei prigionieri, il piazzale dell’appello, i locali di doccia e disinfezione, le cucine, e, a partire dal 1941, il Bunker: un complesso in buona parte sotterraneo con celle, locali per sperimentazioni mediche ed esecuzioni, crematorio e camera a gas (v. più avanti);

2) la cava di granito, profonda 100 metri e lunga un chilometro, cui si accedeva scendendo una lunga scalinata, dai gradini sconnessi e irregolari. Vi lavoravano da 1.000 a 3.000 prigionieri, compresi quelli assegnati al “distaccamento di punizione” (Strafkommando), costretti a portare sulle spalle massi di 50 e più chili; molti prigionieri vennero fatti precipitare lungo la scala o dalle pareti della cava;

3) il “campo ospedale” (Krankenlager), un’area rettangolare, racchiudente una decina di baracche, con cucina e servizi, che si trovava al di sotto del campo principale, a fianco della strada di accesso. Circondata da reticolati elettrificati, venne denominata “Campo russo” (dagli italiani “Camporosso”), perché all’origine destinata ai prigionieri di guerra sovietici; ma dal 1943 venne usata per i malati e gli invalidi e diventò una struttura a sé, mentre i prigionieri sovietici vennero rinchiusi nelle baracche 16-19 del campo principale (di quarantena) o nella baracca 20, ulteriormente isolata con filo spinato, i cui 500 prigionieri, nel febbraio 1945, effettuarono una fuga in massa in cui solo tre persone si salvarono.

1942: il sistema dei sottocampi si avvia al massimo sviluppo. Il 30 aprile 1942 il capo dell’Ufficio centrale economico amministrativo delle SS dirama una circolare (“circolare Pohl”) per sfruttare nel modo più completo la manodopera costituita dai prigionieri: l’industria bellica tedesca aveva un crescente fabbisogno di forza lavoro. I sottocampi nascono dall’esigenza di collocare le industrie belliche al riparo dai bombardamenti (in gallerie scavate nelle montagne) e di decentrare e distribuire l’enorme quantità di prigionieri che serviva allo scopo, e che non poteva essere concentrata in un unico campo, spesso molto distante dai luoghi di lavoro.

I prigionieri sono impiegati in tre settori:
1. costruzione di infrastrutture (strade, centrali elettriche, indotto);
2. trasferimento sotterraneo delle industrie belliche (scavi gallerie, installazione macchinari);
3. produzione di armamenti.
Il Lager principale di Mauthausen nel 1942 assume funzioni nuove legate a questi sviluppi. Esso infatti si presenta come:
1. Sede amministrativa centrale del sistema di raccolta, selezione e distribuzione della manodopera schiavile, secondo le richieste provenienti dalle varie industrie.
2. Direzione finanziaria per controllare i proventi derivanti dall’affitto dei prigionieri-schiavi alle varie industrie.
3. Direzione centrale dell’organizzazione di sorveglianza.

Di conseguenza, ogni nuovo trasporto inviato nell’area di competenza di Mauthausen arrivava al Lager centrale, dove i prigionieri erano registrati, selezionati e predisposti alle durissime condizioni di disciplina e lavoro del Lager mediante la quarantena.

Oltre ad assolvere a questa funzione di smistamento, Mauthausen serviva anche come luogo di raccolta ed eliminazione degli inabili (divenuti tali in conseguenza dei trattamenti subiti durante la prigionia e il lavoro forzato) e come centro di annientamento di particolari categorie di nemici del Reich, soprattutto prigionieri di guerra sovietici (eliminati col gas), ebrei olandesi e un consistente numero di intellettuali cecoslovacchi.

Gli ebrei deportati a Mauthausen erano in genere stati arrestati con imputazioni di tipo politico. La loro sorte era comunque incomparabilmente peggiore: fra i 90 ebrei arrivati nel 1940, alla fine dell’anno 80 erano già deceduti. I circa 2.600 ebrei arrivati da Olanda, Austria, Polonia, Cecoslovacchia e Romania fra il 1941 e il 1942 morirono nel giro di un anno dall’arrivo; i pochi superstiti furono trasferiti ad Auschwitz. Alcune migliaia di ebrei ungheresi (provenienti da Auschwitz) e polacchi arriveranno poi a Mauthausen nell’estate del 1944. Va ricordato che, fra il 1938 e il 1945, il numero degli ebrei morti a Mauthausen risulta di circa 39.000 persone.

Un ruolo importante nelle operazioni di annientamento era ricoperto dalla camera a gas (gas Zyklon-B): essa viene messa in funzione nel maggio 1942, con l’eliminazione di 208 prigionieri di guerra sovietici. Nel corso di quattro anni vi furono uccise circa 5.000 persone, oppositori politici ritenuti pericolosi, malati e inabili al lavoro (provenienti dal Revier). Inoltre, fra il 1941 e il 1942, gli inabili e i malati di Gusen vennero anche uccisi in un veicolo che faceva la spola fra Gusen e Mauthausen, in cui i trasportati (a gruppi di 30) venivano asfissiati probabilmente con ossido di carbonio. Infine, fra l’agosto 1941 e il dicembre 1944, la camera a gas del castello di Hartheim (a 20 km da Linz) eliminò altri malati, inabili e selezionati provenienti dai Lager di Mauthausen, Gusen e Dachau (nome in codice: azione “14f13”): in tutto circa 8.000 persone, di cui 5.000 trasportate da Mauthausen e Gusen.
Alla fine del 1942 il “sistema Mauthausen” conta 14.000 prigionieri.

1943: si completa il sistema dei sottocampi austriaci e della produzione in fabbriche sotterranee, che va dagli impianti di benzina sintetica agli aerei superveloci agli armamenti più convenzionali. A questi campi viene spesso assegnato un nome in codice: “Cemento” (Ebensee), “Cristallo di rocca” (St. Georgen presso Gusen), “Quarzo” (Melk), ecc. Migliaia di deportati furono anche impiegati in fabbriche esterne, spesso di proprietà SS (i Göringwerke). I turni di lavoro erano massacranti (12 ore), anche se gli addetti ad alcune lavorazioni potevano usufruire di un vitto leggermente migliore. Ma in molti campi il lavoro significava la morte o l’inabilità nel giro di 3 mesi; malati e inabili venivano avviati ai Revier, al “Campo russo” di Mauthausen o direttamente eliminati nelle camere a gas o con altri sistemi.
Dal 1943 arrivano a Mauthausen gli italiani (per la maggior parte resistenti e antifascisti). Essi vengono accolti come traditori dai nazisti, e come nemici fascisti dagli altri deportati (che ignoravano i mutamenti politici avvenuti in Italia dopo il 25 luglio). Di qui una condizione particolarmente difficile che poté essere modificata solo dopo molti mesi. Il primo trasporto italiano (ottobre 1943, 300 o 1000 persone) proveniva dal campo di internamento di Cairo Montenotte, dove si trovavano cittadini di Gorizia, Trieste, Capodistria, deportati dai fascisti. Fino al febbraio 1945 si ebbe una ventina di trasporti, per un totale di deportati che, allo stato attuale delle ricerche, è stimato in circa 8.000 persone.
Alla fine del 1943 i deportati di Mauthausen (e sottocampi) assommano a 25.000 unità (8.000 a Gusen).

1944: nell’intensificarsi dei trasporti (prevalentemente di “politici”) da tutta Europa, si segnalano dall’Italia i convogli di deportati arrestati in occasione degli scioperi del marzo 1944. L’11 marzo arriva un convoglio con 597 deportati dalla Toscana, dal Piemonte, dalla Lombardia; il 16 marzo è la volta di 563 deportati da Piemonte, Lombardia e Liguria; ai primi di aprile arrivano altri 600 italiani, dalla Lombardia. In tutto l’anno si avranno 15 trasporti dall’Italia. Le donne deportate (per lo più operaie scioperanti) non rimangono a Mauthausen, ma vengono spostate ad Auschwitz o a Ravensbrück.

Verso la fine del ‘44 i nazisti iniziano l’evacuazione dei Lager orientali e di Auschwitz, facendo affluire i superstiti delle marce della morte su Mauthausen. I più deboli vengono eliminati, gli altri smistati nei campi secondari.
La popolazione dei campi del complesso di Mauthausen aumenta così fino a superare le 72.000 unità (tra cui circa 1.000 donne).

1945: le condizioni del campo peggiorano a causa del sovraffollamento (84.000 prigionieri in marzo) e della mancanza di cibo. Aumenta l’afflusso degli evacuati da Auschwitz (9.000 persone, in prevalenza ebrei), Gross-Rosen, Sachsenhausen, Nordhausen, Ravensbrück. Insieme a loro, giungono gli ebrei inviati a lavorare alle fortificazioni della frontiera austro-ungherese.
Nel settore più settentrionale dell’”area sorvegliata” del campo viene costruita una tendopoli in cui tifo, denutrizione e malattie provocano centinaia di vittime (molte di esse sepolte in fosse comuni, perché i crematori non bastavano più allo smaltimento dei cadaveri).
In aprile una serie di trattative con la Croce Rossa permette la liberazione di alcune centinaia di detenuti (in maggior parte francesi). Ma fra il 20 e il 28 aprile vengono eliminate nella camera a gas del campo principale diverse centinaia di prigionieri (sicuramente almeno 650) prelevati dal Krankenlager o Revier (Campo russo). Tra di essi un alto numero di italiani. Il 29 aprile la camera a gas viene parzialmente smantellata. Il 5 maggio 1945 il Lager di Mauthausen viene raggiunto da due autoblindo alleate e il Comitato internazionale di resistenza (tra i componenti, l’italiano Giuliano Pajetta), sorto clandestinamente nel marzo, si impadronisce del campo, liberandolo con le armi strappate ai nazisti. Si trovavano nel campo principale, in quel momento, circa 20.000 prigionieri, quasi tutti al limite della sopravvivenza. Più del 10% moriva nel mese successivo alla liberazione.

Si calcola che siano passati per il complesso dei Lager dipendenti da Mauthausen circa 230.000 deportati. I morti furono almeno 120.000.
Questa tabella è ricavata dalle ricerche più recenti:

anno: 1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945
presenze (a): 1.010 2.995 8.200 15.900 15.900 25.607 72.392 64.800
morti (b): 36 445 3.486 8.114 14.293 8.481 14.776 36.214

(a) non è il numero totale di prigionieri, ma il numero di prigionieri più alto registrato nell’anno. Sono escluse le donne, presenti a Mauthausen in modo consistente solo nel 1944 (959) e nel 1945 (1.734).
(b) il dato del 1945 è sottostimato di circa 16.000 persone, giunte a M. già morte nei trasporti dall’est, oppure morte nel mese successivo alla liberazione. Tasso complessivo di mortalità: 52,5%.
Fonte: H.Maršalek, Die Geschichte des Konzentrationslager Mauthausen, Wien 1980.

 

Note.
1. B. FERRARI (don Berto), Sulla montagna con i partigiani, Le Mani, Recco (Genova) 2001, p. 43.
2. Il testo completo del rapporto è riportato in C. MANGANELLI- B. MANTELLI, Antifascisti, partigiani, ebrei, Franco Angeli, Milano 1991, p. 32.
3. Si veda la ricostruzione fatta da G. PANSA, Guerra partigiana tra Genova e il Po, Laterza, Roma Bari 1998., p. 110 e s. e D. BORIOLI - R. BOTTA, I giorni della montagna. Otto saggi sui partigiani della Pinan Cichero, WR Ediprint, Alessandria 1990.


Bibliografia italiana. Lo studio di Maršalek sopra citato è stato tradotto in italiano (La storia del campo di concentramento di Mauthausen, Vienna, ed. del Museo di Mauthausen, 1999). Cfr. anche Gordon J. Horwitz, All’ombra della morte. La vita quotidiana attorno al campo di Mauthausen, Venezia, Marsilio, 1994. La memorialistica italiana è molto ampia e rinviamo a A. Bravo-D.Jalla, Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione italiana 1944-1993, Milano, Franco Angeli, 1994. Fra i testi più noti: P. Caleffi, Si fa presto a dire fame, Milano, Mursia, 1979; V. Pappalettera, Tu passerai per il camino, Milano, Mursia, 1965; F. Maruffi, Codice Sirio. I racconti del Lager, Torino 1992; N. Pia, La storia di Natale, Novi Ligure, Joker 2003; A.Buffulini e B. Vasari, II Revier di Mauthausen. Conversazioni con Giuseppe Calore, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992.